Milena Gabanelli si scaglia in apertura di Report (puntata del 23/05/2010) contro la legge sulle intercettazioni – nota anche come Legge Bavaglio – e invita i telespettatori a far sentire la propria voce nelle sedi [...]
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Pochi giorni fa, in una lettera al Corriere della Sera, Milena Gabanelli, conduttrice di Report (RaiTre), spiegava perché per i suoi giornalisti era impossibile lavorare senza la tutela legale della Rai: “Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.” Ieri, invece, Marco Travaglio (video) ha spiegato benissimo, durante il suo intervento ad AnnoZero (RaiDue) perché oggi in Italia non conviene fare i giornalisti. E dato che ultimamente molti ironizzano sulla protesta di domani, facendo paragoni inutili con la Cina e altri paesi simili, ritengo che il commento qui sotto di Roberto Saviano, pubblicato da Repubblica, spieghi, a chi voglia capire, cosa significa oggi, in Italia, libertà di stampa e perché essa è minacciata: MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo. Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. |
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