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Redazioni Facebook per cittadini digitali

Facebook Informazione LiberaQuesto articolo è comparso ieri su “Il Fatto Quotidiano”. Lo riporto qui integralmente e se non l’avete letto ve lo consiglio fortemente perché spiega come i cittadini possono usare questo strumento per informarsi e fare informazione:

Almeno dieci milioni di italiani sono iscritti a Facebook (di questi metà hanno meno di trent’anni). Il social network nasce nel 2004 come strumento di comunicazione tra studenti degli atenei americani: anche il nome “il libro delle facce” è mutuato da una pubblicazione che gli atenei Usa producono ogni anno con volti e nomi dei loro studenti. Facebook crescendo è diventato molto di più: un posto dove rimanere in contatto con gli amici e dove conoscere persone con interessi affini; ma anche un luogo dove condividere foto, video, pensieri, link e, anche… notizie.
Lo scorso marzo Facebook ha operato una modifica sostanziale. Prima le “Pagine di fan” erano pagine pubbliche alle quali ci si iscriveva solo per dichiararsi fan di un cantante, di uno scrittore, di un programma televisivo. Dal nove marzo le pagine sono diventate dinamiche: i fan non sono più membri di un gruppo chiuso, con una bacheca comune sulla quale ognuno può dire la sua, diventano invece iscritti ai quali arriva ogni aggiornamento pubblicato dai gestori della pagina. Questa modifica dal carattere tecnologico, è stata subito fatta propria dagli utenti, secondo il principio che da sempre guida gli appassionati di informatica: “hand on imperative”, ovvero l’obbligo di “metterci le mani sopra”, di adattare la tecnologia ai propri scopi e ai propri bisogni.
In Italia alcuni gruppi spontanei si sono organizzati per dare vita a degli aggregatori di news, delle “redazioni facebook” spontanee ma molto agguerrite e documentate che pubblicano ogni giorno una selezione di notizie prese dai quotidiani, dai blog, dai siti internet (spesso la “linea editoriale” è quella della denuncia e dell’inchiesta). Parliamo di veri e propri fenomeni: la pagina “Informazione Libera” su Facebook ha 200’000 iscritti; “Informare per resistere” 100.000 membri; “Berlusconi chi è” 60.000; “Condividi la conoscenza”, 30.000.
Sono diventati dei cluster, degli snodi della rete: gli utenti diventano fan, poi leggono, commentano, fanno le loro segnalazioni e, soprattutto, ripubblicano sulla loro bacheca le notizie, amplificando al massimo il meccanismo del passaparola Di questa tendenza “sociale” delle pagine deve essersi accorto anche Facebook: ieri sul blog ufficiale è arrivato l’annuncio che anche i “gruppi”, finora “chiusi”, verranno aperti come le pagine di fan. “Giving Groups a Stronger Voice”: vogliamo dare una voce più forte ai gruppi, scrivono. La differenza tra gruppi e pagine è più organizzativa che tecnlogica: “i gruppi servono a promuovere collaborazioni tra membri – scrive ancora Fb – mentre le pagine rimangono il modo migliore per diffondere news ai propri fan”. Fb è diventato uno dei principali strumenti per condividere informazioni su Internet. E i cittadini digitali questa occasione non se la sono fatta sfuggire.

Almeno dieci milioni di italiani sono iscritti a Facebook (di questi metà hanno meno di trent’anni). Il social network nasce nel 2004 come strumento di comunicazione tra studenti degli atenei americani: anche il nome “il libro delle facce” è mutuato da una pubblicazione che gli atenei Usa producono ogni anno con volti e nomi dei loro studenti. Facebook crescendo è diventato molto di più: un posto dove rimanere in contatto con gli amici e dove conoscere persone con interessi affini; ma anche un luogo dove condividere foto, video, pensieri, link e, anche… notizie.

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Perché il giornalismo è tutto un Twitter

twitter-hashcloudsTwitter sta trasformando il giornalismo. Non ha dubbi Julie Posetti che però aggiunge: la piattaforma di microblogging sta portando con sé anche tanti dilemmi etici e professionali. Il fenomeno Twitter diventò notizia dopo gli attentati del 2008 in India, quando i media scoprirono il suo potere nello scoprire notizie e coprire eventi di quella portata. E’ da quel momento che comincia il boom dei giornalisti professionisti nella Twittosfera.

L’ultima strategia dei media è quella di abbattere le barriere tra chi prepara le notizie e i consumatori. Ma mentre Twitter sta diventando un elemento essenziale tra i trucchi del mestiere, cominciano a nascere anche problemi etici che i giornalisti non possono ignorare, dice la Posetti.

La giornalista della Tv australiana ABC ha analizzato l’uso di Twitter da parte di 25 giornalisti professionisti. “Non posso sostenere che Twitter sarà la salvezza della professione giornalistica, ma non lo vedo nemmeno come una minaccia. Penso, invece, che Twitter sia una nuova conoscenza sulla quale i giornalisti devono espandere le loro pratiche professionali”.

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'Io non rispondo': il diritto di sapere, il dovere di informare

Il diritto di sapere, il dovere di informare: docu-film di RepubblicaTv sullo scontro tra Berlusconi e la libera informazione

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Cosa vuol dire libertà di stampa

Pochi giorni fa, in una lettera al Corriere della Sera, Milena Gabanelli, conduttrice di Report (RaiTre), spiegava perché per i suoi giornalisti era impossibile lavorare senza la tutela legale della Rai: “Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.” Ieri, invece, Marco Travaglio (video) ha spiegato benissimo, durante il suo intervento ad AnnoZero (RaiDue) perché oggi in Italia non conviene fare i giornalisti. E dato che ultimamente molti ironizzano sulla protesta di domani, facendo paragoni inutili con la Cina e altri paesi simili, ritengo che il commento qui sotto di Roberto Saviano, pubblicato da Repubblica, spieghi, a chi voglia capire, cosa significa oggi, in Italia, libertà di stampa e perché essa è minacciata:

MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo. 

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: “Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?”. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. 

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Il New York Times ora con un social media editor

Di nuovo a parlare del New York Times, anche se questa volta a fare notizia è l’approccio innovativo del famoso quotidiano ai social media. In una lettera inviata ieri alla redazione, il Nyt ha fatto sapere di aver affidato a Jennifer Preston il ruolo di social media editor, con lo scopo di creare una [...]